Ovvero l'evoluzione moderna del cittadino di Fiumicino

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mercoledì 3 ottobre 2012

Fiumicino, questa piccola e grande città del litorale romano.


domenica 17 giugno 2012

Aventino o il "civismo"

A proposito del lavoro e del lavoratore... (seconda parte).
La considerazione negativa di ogni mestiere remunerato è propria di letterati e pensatori romani, ma non è condivisa da tutti.
Nelle testimonianze lasciateci dai testi letterariamente più umili, ma storicamente talvolta anche più rilevanti, l’attività quotidiana degli uomini e delle donne comuni è spesso citata come parte essenziale della vita.
Molte epigrafi funerarie citano il mestiere esercitato dal defunto, spesso riportando anche scene in cui si vede rappresentato alle prese con attrezzi, strumenti, mercanzie e clienti.

Necropoli di Porto
Ma quando si torna a misurare il prestigio di chi esercita una professione a Roma, nel centro del vero potere, il discorso cambia: la stima di cui gode presso la gente comune un lavoratore, un artigiano, un commerciante al minuto o un piccolo imprenditore non è mai ritenuta un fondamento per la dignitas che serve a chi vuole intraprendere la carriera politica.
Questo limite è accettato dagli stessi esclusi, che non sviluppano né un rifiuto del potere che li marginalizza né una «coscienza di classe», cioè una piena consapevolezza dei loro specifici interessi e diritti e della strategia politica per imporli.
Rappresentativo di quest’atteggiamento è ciò che viene riportato dallo storico Livio a proposito della secessione della plebe del 494 a.C.: Menenio Agrippa riesce a convincere i contestatori a lasciare l’Aventino e a tornare in città con il famoso apologo della lotta tra lo stomaco e le altre parti del corpo. Al di là delle concessioni effettivamente ottenute, il fatto che la protesta si esaurisca lascia intendere che anche i più rivoluzionari prendono atto che la gerarchia politica e sociale non può essere messa in discussione nei suoi fondamenti tradizionali.
Né abbiamo testimonianze che quest’atteggiamento degli umili nei confronti dell’ordine costituito sia cambiato nel corso dei secoli successivi.
Mentre il singolo lavoratore conta poco o nulla, importante è invece il ruolo dei gruppi di professionisti, che si riuniscono in associazioni chiamate «collegi» e «sodalizi», formati da persone accomunate da funzioni, arti o mestieri.
Ogni associazione, che può essere di tipo civile o religioso, riconosciuta dallo Stato e quindi regolata da apposite leggi e sottoposta alla sorveglianza dei censori, si trova sotto la protezione d’una divinità tutelare, nomina i propri amministratori, dispone di una cassa comune alimentata dalle quote dei soci e di una propria sede dove riunirsi a consiglio, specialmente in periodo elettorale.
Le finalità sono il mutuo soccorso e soprattutto la difesa degli interessi comuni: i collegi sono quindi una sorta di corporazione o di sindacato, ma privo di un programma ben definito.
Queste associazioni cominciano ad avere vita difficile quando le contraddizioni sociali della repubblica diventano acute: nonostante le leggi delle XII Tavole consentano ai «collegi» di darsi dei regolamenti che non contengano norme in contrasto con il diritto dello Stato, la classe al potere attua spesso arbitrarie e sanguinose repressioni delle proteste.
Molto frequente però è anche il caso in cui l’appoggio dei collegi e dei sodalizi è caratteristico per spostare da una parte o dall’altra l’esito di una contesa elettorale o politica.

A tal proposito torniamo nei nostri tempi, in occasione delle prossime elezioni Amministrative del Comune di Fiumicino, molte liste civiche proliferano sostenendo cause civili a tutela del cittadino.
L'esplosione di "civismo", a mio avviso non rappresenta un segno di cambiamento, se poi queste liste vengono a perdere il loro intento e sono inglobate nella "centrifuga" dei partiti.
Semmai occorrono partiti forti e strutturati, che abbiano competenza e persino professionalità politica.
Abbiamo molti mesi davanti a noi prima delle prossime elezioni, non ci mancherà l'occasione di osservare e commentare, magari proprio qui su questo blog...

mercoledì 6 giugno 2012

A proposito del lavoro e del lavoratore...

A proposito del lavoro e del lavoratore... (prima parte).
Ecco come ne parlava Cicerone ne "De officiis", un'opera filosofica che tratta dei doveri a cui ogni uomo deve attenersi in quanto membro dello stato, composta negli ultimi mesi del 44 a.C., in meno di quattro settimane.
Quale professioni sono da reputarsi nobili e quali ignobili?



Si disapprovano quei guadagni che suscitano l'odio della gente, come quelli degli esattori e degli usurai. Ignobili e abietti, poi, sono i guadagni di tutti quei mercenari che vendono, non l'opera della mente, ma il lavoro del braccio: in essi la mercede è per se stessa il prezzo della loro servitù.
Abietti sono da reputarsi anche coloro che acquistano dai grossi mercanti cose da rivender subito al minuto: costoro non farebbero alcun guadagno se non dicessero tante bugie; e il mentire è la più grande vergogna del mondo. Tutti gli artigiani, inoltre, esercitano un mestiere volgare: non c'è ombra di nobiltà in una bottega. Ancora più in basso sono quei mestieri che servono al piacere: «Pescivendoli, macellai, cuochi, salsicciai, pescatori». Aggiungi pure, se non ti dispiace, i profumieri, i ballerini e tutta la masnada dei mimi e delle mime.
Tutte quelle professioni, invece, che richiedono maggiore intelligenza e che procurano inestimabile profitto, come la medicina, l'architettura e l'insegnamento delle arti liberali, sono professioni onorevoli per coloro al cui ceto si addicono.
Quanto al commercio, se è in piccolo, è da considerarsi degradante; ma se è in grande, poiché con esso si importano da ogni parte molte merci e sono distribuite a molti senza frode, non è poi tanto da biasimarsi. Anzi, se il mercante, sazio o, per dir meglio, contento dei suoi guadagni, come spesso dall'alto mare si trasferisce nel porto, così ora dal porto si ritira nei suoì possedimenti in campagna, merita evidentemente ogni lode.
Ma fra tutte le occupazioni, da cui si può trarre qualche profitto, la più nobile, la più feconda, la più dilettevole, la più degna di un vero uomo e di un libero cittadino è l'agricoltura.

Cicerone parla delle professioni e spiega l’atteggiamento del gruppo dirigente, degli intellettuali e dei letterati romani nei confronti del lavoro.
Il contenuto appena esposto del De officiis serve a inquadrare questa classificazione ciceroniana delle attività lavorative: il decorum è ciò che è confacente alla condizione specifica del cittadino romano; dato che questi ha come massimo obiettivo la partecipazione alla vita politica, il decorum è per lui ciò che favorisce la sua carriera in tale campo.
Per  Cicerone quindi  la valutazione dei diversi lavori deriva da considerazioni non economiche, ma sociali.
Per l’autore e i suoi lettori, evidentemente, le questioni economiche non erano tanto importanti quanto l’immagine che ciascuno doveva esibire.
La considerazione negativa di ogni mestiere remunerato è propria di letterati e pensatori romani, ma non è condivisa da tutti. Nel prossimo post vediamo de' "Lavoro secondo i lavoratori".


venerdì 18 maggio 2012

Sub iudice... ancora in discussione

Questa volta propongo un post insolito, diciamo interattivo, rivolto agli appassionati di storia antica.
Dalle ricerche fatte dagli studiosi, risulta che i romani utilizzassero un'ulteriore Canale di navigazione per accedere direttamente al bacino esagonale e che si servissero di un'altro canale per sfoltire il traffico di uscita in direzione Roma. 
Per gli appassionati e per i curiosi, avendo a disposizione le coordinate, suggerite nella foto, non vi sembra di intravedere il perimetro di una costruzione, magari di epoca romana? 



giovedì 26 aprile 2012

Capo due Rami...

Capo due Rami è la punta estrema del lato nord dell'Isola sacra, il punto in cui il Tevere si divide in due. 
Il Canale di Fiumicino o Fossa di Traiano si stacca a destra dal braccio principale del Tevere. 
Ha una larghezza di circa 46 metri. 
Le sponde del canale, 2000 anni fà erano sostenute da grossi muri in calcestruzzo con paramento laterizio, specialmente nel tratto che attraversa Porto. 
Il fondo sembra fosse lastricato con una platea artificiale di grossi massi.
Gli studiosi attribuiscono tale opera all'Imperatore Claudio e non all'Imperatore Traiano.






























Documentazione tratta dal testo di G.Lugli e G. Filibeck
"Il Porto di Roma Imperiale e l'Agro Portuense Roma MCMXXXV - XII